sabato 26 aprile 2025
Il papa è morto. Viva il papa.
domenica 3 dicembre 2023
Canto XXVI dell'Inferno di Dante
Il canto XXVI dell'Inferno di Dante è uno dei passi più significativi dell'intera Divina Commedia, non solo per la sua rilevanza all'interno della narrazione, ma anche per la complessità dei temi trattati.
Contesto
Siamo nella sesta bolgia dell'ottavo cerchio, quella dei falsari, dove sono puniti coloro che hanno commesso atti di frode. Questa bolgia è divisa in quattro sottocategorie: i falsari di persone, i falsari di monete, i falsari di parole e i falsari di fede. Dante incontra tre personaggi: Vanni Fucci, falsario di cose sacre; Guido da Montefeltro, falsario di parole; e Capocchio, falsario di metalli. Oltre alla punizione dei falsari, nel Canto viene narrato l'episodio di Ulisse e Diomede, che rappresenta l'ambizione umana che porta alla perdizione. Il contesto del Canto XXVI è quindi incentrato sulla tematica della frode e della menzogna, intese come violazione della verità e del bene comune. Dante vuole mostrare come la menzogna sia un male profondo che può condurre all'eterna dannazione. Inoltre, il Canto rappresenta una riflessione sulla natura umana e sulla responsabilità morale delle proprie azioni. L'incontro con Guido da Montefeltro, ad esempio, mostra come la confessione dei peccati sia un passaggio fondamentale per la redenzione dell'anima e per la riconciliazione con Dio. Il Canto si inserisce quindi in un contesto più ampio all'interno della Divina Commedia, dove il tema della giustizia divina e della salvezza dell'anima sono centrali.
La Punizione dei falsari
La punizione dei falsari è uno dei temi principali del canto. L'autore descrive le torture inflitte ai falsari, i quali sono puniti in diverse maniere a seconda del tipo di frode commessa. Ad esempio, i falsificatori di metalli vengono costretti a camminare scalzi su un terreno rovente, mentre i falsificatori di parole e di scrittura sono costretti a giacere immersi in una pozza di melma bollente. La punizione più estrema viene riservata ai falsificatori di monete, che vengono crocifissi e lasciati morire lentamente.Il tema della falsificazione ha una forte valenza morale nel Canto, poiché rappresenta un attacco alla verità e alla giustizia. Inoltre, la punizione inflitta è vista come una sorta di giustizia divina che ripristina l'ordine morale del mondo. Tuttavia, Dante non si limita a descrivere le torture inflitte ai dannati, ma si sofferma anche sulla loro psicologia. Infatti, essi sono costretti a vivere in un ambiente corrotto, dove la verità è distorta e la realtà è manipolata. Questo li rende incapaci di riconoscere la verità quando la vedono e li porta a perpetuare il loro ciclo di falsità e menzogna. In conclusione, la punizione dei falsari rappresenta una critica morale al peccato e alla corruzione. La descrizione delle torture inflitte serve a sottolineare l'importanza della verità e della giustizia come valori fondamentali della società umana.
L'episodio di Ulisse
L'episodio di Ulisse rappresenta uno dei momenti più significativi dell'intera opera. La figura dell'eroe dell'Odissea viene utilizzata da Dante come esempio di colui che ha superato i limiti imposti dalla natura umana e ha osato sfidare gli dei. Il personaggio racconta la sua ultima avventura, quella che lo ha portato oltre le Colonne d'Ercole, fino a quando la nave e l'equipaggio furono inghiottiti dal mare. L'interpretazione di questo episodio è complessa e può essere letta in diversi modi. Alcuni studiosi vedono in Ulisse un esempio di saggezza e perseveranza, capace di affrontare ogni difficoltà pur di raggiungere il suo obiettivo. Altri, invece, lo considerano un simbolo della superbia umana, che porta alla rovina chiunque tenti di sfidare la volontà divina. In entrambi i casi, però, l'episodio di Ulisse rappresenta una sorta di metafora dell'umanità stessa, costantemente alla ricerca della conoscenza e della verità, ma spesso incapace di accettare i limiti imposti dalla natura o dalla divinità. In questo senso, il personaggio di Ulisse assume un ruolo emblematico nell'opera dantesca, rappresentando sia il desiderio di conoscenza che la sua ambiguità morale.
Guido da Montefeltro
Il personaggio di Guido da Montefeltro è uno dei più interessanti e complessi del poema. Guido è un ex-guerriero e politico che si trova nell'ottavo cerchio dell'Inferno, destinato alla punizione dei consiglieri fraudolenti. La sua confessione a Dante è un momento cruciale del canto, in cui rivela la sua storia e il motivo per cui si trova in quell'antro oscuro. Guido racconta di essere stato ingannato dal papa Bonifacio VIII, che gli chiese di consigliarlo su come conquistare la città di Palestrina. Guido suggerì l'uso della frode, ma poi si pentì e confessò il suo peccato a frate Francesco d'Assisi, ricevendo l'assoluzione. Tuttavia, quando morì, fu condannato all'Inferno per il suo peccato di consiglio fraudolento. La confessione di Guido mette in luce la sua complessità morale e la sua ambiguità come personaggio. Da un lato, ha commesso un peccato terribile che ha causato la morte di molte persone; dall'altro, ha cercato di redimersi attraverso la confessione e l'assoluzione. Inoltre, la sua confessione svela l'ipocrisia del papato e il tema della corruzione nella Chiesa. In questo modo, il personaggio di Guido da Montefeltro rappresenta uno dei momenti più intensi e profondi dell'Inferno di Dante, offrendo una riflessione sulla morale e la giustizia umana.
Le allusioni storiche
Le allusioni storiche nel canto rappresentano un elemento importante per la comprensione del testo. Infatti, l'autore fa riferimento a personaggi storici e mitologici, utilizzandoli come metafore per descrivere la punizione dei falsari. Uno dei personaggi menzionati è Gianni Schicchi, un famoso imbroglione che rubò l'eredità di un morto fingendosi lui stesso il defunto. Questo episodio è una chiara allusione alla realtà politica dell'epoca, in cui molti furono i casi di usurpazione del potere e delle proprietà altrui. Altri personaggi citati sono Mida e Crisippo, entrambi noti per la loro avidità e inganno. Inoltre, Dante fa anche riferimento alla leggenda greca di Icaro, il quale volò troppo vicino al sole con le ali fatte di piume e cera, sciogliendosi e precipitando nella morte. Questa storia viene utilizzata per rappresentare la caduta dei falsari e la loro fine tragica. Infine, è presente anche un'allusione alla Bibbia, quando Dante parla della "grande cagna", ovvero Cerbero, il cane a tre teste che custodisce l'ingresso dell'Inferno. In generale, le allusioni storiche presenti in questo canto permettono di comprendere meglio il contesto culturale dell'epoca e l'attenzione di Dante nei confronti dei vizi umani e della loro punizione divina.
Il ruolo della retorica
Il ruolo della retorica nel canto è di grande importanza, poiché l'autore utilizza la figura retorica dell'apostrofe per esprimere il suo disgusto verso la falsità. La retorica utilizzata da Dante serve a sottolineare l'enorme gravità del peccato commesso dai falsari, che hanno alterato la verità e il valore delle cose. Inoltre, il poeta utilizza la tecnica della domanda retorica per mettere in discussione l'integrità morale dei falsari, chiedendo loro come possano dormire la notte dopo aver compiuto tali azioni malvagie. In questo modo, Dante vuole evidenziare come la falsità sia in grado di corrompere anche le persone più virtuose e oneste, portandole ad agire contro la morale e il bene comune. La retorica utilizzata da Dante in questo canto dimostra quindi l'importanza che egli attribuisce alla verità e alla giustizia, valori fondamentali per una società equa e solidale.
L'eredità del canto XXVI nella letteratura italiana
Il canto XXVI dell'Inferno rappresenta un importante punto di svolta nella letteratura italiana, poiché ha influenzato numerosi scrittori successivi. La descrizione delle punizioni inflitte ai falsari, l'episodio di Ulisse e la confessione di Guido da Montefeltro sono solo alcune delle tematiche che hanno ispirato autori come Gabriele D'Annunzio, Luigi Pirandello e Umberto Eco. In particolare, l'immagine dei falsari che si consumano in una malattia putrefatta ha ispirato la descrizione della decadenza fisica e morale di personaggi come il protagonista del romanzo "Il Fu Mattia Pascal" di Pirandello. Inoltre, la figura di Ulisse è stata utilizzata come simbolo dell'eroe moderno in opere come "L'infinito viaggiare" di Claudio Magris. La confessione di Guido da Montefeltro ha ispirato invece riflessioni sul tema della giustizia e della responsabilità morale, come in "Il nome della rosa" di Eco. Infine, le allusioni storiche presenti nel canto hanno influenzato la narrazione storica e politica italiana del Novecento, come ad esempio in "Il Gattopardo" di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. In sintesi, il canto XXVI dell'Inferno di Dante rappresenta un vero e proprio patrimonio culturale che ha influenzato non solo la letteratura italiana ma anche l'immaginario collettivo del paese.
giovedì 4 agosto 2022
La gnosi nel nostro tempo
Sono fermamente persuaso che oggi più che mai la conoscenza dell’eresia del cristianesimo cattolico sia importante quanto la conoscenza della dottrina, perché l’eresia, termine non a caso bandito dal dibattito teologico e soprattutto pastorale, altro non è che dottrina declinata in termini contrari, come un’immagine negativa che permette di cogliere sfaccettature che quella positiva non riesce a fornire, così com’è avvenuto in modo se non miracoloso sicuramente prodigioso nel caso della Sacra Sindone di Torino.
Il tema trattato in questo intervento, la gnosi nel nostro tempo, potrebbe sembrare una contraddizione perché l’errore che spesso si commette trattando delle eresie è quello di considerarle dei movimenti di idee ormai esauriti mentre nella realtà esse in varia misura nel corso dei secoli si ripropongono anche se in forme diverse rispetto all’edizione originaria, ma con sempre maggiore veemenza, come se il decorso del tempo attribuisse loro una forza di inerzia che in determinate condizioni di tempo e di luogo appare irresistibile. Chesterton infatti con la consueta arguzia riteneva che “il 90% di ciò che chiamiamo nuove idee sono semplicemente vecchi errori. Uno dei principali compiti della Chiesa Cattolica è far sì che la gente non commetta questi vecchi errori, in cui è facile cadere ripetutamente se le persone vengono abbandonate, sole, al proprio destino”.
Per cercare di fornire una risposta convincente al tema assegnato farò riferimento in particolare a un libretto del 2016 recentemente tradotto - direi ottimamente - in italiano, che rappresenta il paradigma della riproposizione virulenta di eresie del passato: I diritti dell’uomo contro il popolo di Jean Louis Harouel, un importante storico francese. Un libro che partendo dalla realtà francese, peculiare ma paradigmatica, spiega in maniera chiara e tutto sommato condivisibile come dietro al più grande attacco che la civiltà cristiana ha subito - attacco in pieno svolgimento - ci sono due pericolose eresie che fondendosi hanno eliminato il soggetto proprio della religione, cioè Dio, sostituendolo con l’uomo, spalancando in tal modo le porte all’ateismo sotto le spoglie della c.d. religione secolare dell’umanità, la cui radice è appunto la divinizzazione dell’ego.
La prima di queste eresie è la gnosi, un’antica eterodossia dalle basi teologiche molto deboli, talmente fragili che già nel II° secolo il beato vescovo Ireneo da Lione ne denunciò l’inconsistenza limitandosi a un fugace riferimento alla celebre parabola della zizzania.
Gli gnostici propongono l’idea dell’uomo - dio, un uomo cioè che porta dentro di sé una scintilla di Dio e che - caduto sulla terra non per colpa (peccato originale) ma per una sorta di capriccio del Dio minore ossia quello del Vecchio Testamento - tende ontologicamente a ricongiungersi con il Dio buono, quello del Nuovo Testamento. Vi è dunque una contrapposizione tra il Deus creator e il Deus salvator. Secondo gli gnostici l’uomo divinizzato, pur scaraventato suo malgrado nella realtà secolare, non ha perso nulla della sua natura e, dunque, è partecipe dei privilegi della divinità e, di conseguenza, sciolto dalle leggi naturali e morali che sostanzialmente non lo riguardano, così come non lo riguardano gli insegnamenti biblici, il senso della famiglia, della patria, dell’ordine sociale. Ne deriva l’orrore per tutto ciò che ha a che fare con la materia: procreazione, matrimonio, proprietà, ma anche il cibo, il vino, la gioia, lo stare insieme ecc. Concetti estranei alla natura divina cui l’uomo gnostico partecipa.
Messa così la gnosi è una distorsione della dottrina cattolica ma direi, da un punto di vista squisitamente filosofico, una rielaborazione perversa del pensiero di Platone (teoria dell’anima in particolare) che indubbiamente contiene elementi pericolosi ma che dalla Scolastica in poi - soprattutto attraverso la mirabile fusione operata da Tommaso d’Aquino con il pensiero di Aristotele - aveva trovato una esatta e corretta collocazione all’interno del sistema teologico ortodosso costituendo per secoli il baluardo contro errori dottrinali della peggiore specie.
Secondo l’autore del libro l’altra grande fonte della religione secolare dell’umanità è il millenarismo, un'antica eresia ereditata dal giudaismo che in estrema sintesi - ignorando il dato oggettivo che Gesù ha spostato verso il Cielo la promessa del regno di Dio - annuncia che prima della fine dei tempi Cristo tornerà sulla terra per fondare un regno di felicità assoluta che durerà mille anni, da qui il nome.
Da quanto succintamente detto, gnosi e millenarismo sono due eresie apparentemente inconciliabili tra loro. Secondo l’autore del libro fu l’intuizione di un abate calabrese vissuto nel XII secolo, Gioacchino da Fiore, a far sì che il matrimonio tra loro incredibilmente avvenisse, perché in realtà il presupposto della prima eresia (uomo / dio) è di fatto il fine della seconda (paradiso in terra): il millenarismo, con lo scopo di instaurare il paradiso in terra per mille anni, poteva far propria la concezione gnostica dell’uomo – dio e legittimare così l’instaurazione del regno dell’umanità divinizzata.
Se è vero, com’è vero, che le due eresie ad un certo punto si fusero per dar vita a un unico e autonomo movimento eretico ciò a mio avviso non deve essere imputato all’opera di Gioacchino da Fiore se non altro perché il suo pensiero – invero assai complesso – non è stato mai condannato dalla Chiesa, tant’è che Dante nella sua Commedia lo colloca tra i beati del Paradiso. Vero è invece che alcune tesi dell’abate furono condannate dall’Università di Parigi nei primi anni del XIII secolo, circostanza che probabilmente ha influenzato il giudizio dell’autore.
In ogni caso è indiscutibile che le due eresie ad un certo punto si fusero in un unico programma finalizzato all’instaurazione del paradiso in terra. Evidentemente per realizzare ciò non era sufficiente un sistema religioso ma un sistema politico, perfettamente rappresentato dai comunismi che incarnano i tratti di una religione laica: Dio deve essere sostituito dal divenire storico materialista, il mondo deve diventare un paradiso e l’umanità è divina.
Il sistema dei millenarismi gnostici – fin dalle forme primordiali di comunismo - è sempre lo stesso: è l’idea di una eterna contrapposizione manichea – quindi gnostica – tra il bene e il male, tra ciò che rappresenta l’amore e l’odio: proletariato e borghesia nell’edizione più matura, quella marxista, laddove il primo deve distruggere la seconda per tornare a quella dimensione di felicità originaria della quale godeva l’umanità. Da qui l’assolutizzazione del potere e il ricorso alla violenza e ad ogni mezzo per realizzarlo; da qui la giustificazione di ogni mezzo per raggiungere il fine dato.
Il comunismo è stato condannato dalla storia ma l’idea millenarista ha impiegato meno di 20 anni per risorgere clamorosamente, riciclandosi in quell’ectoplasma senza morale né dignità comunemente definito globalismo, la cui nascita era stata prevista da filosofi come Del Noce - ripreso da Guareschi e in parte da Pasolini – che avrebbe fatto propria la vocazione gnostico / millenarista a sovvertire l’ordine mondiale fondato sugli stati nazionali (popolo – lingua – territorio) per instaurare un presunto paradiso sulla terra fondato non più sulla eliminazione della borghesia ma sulla distruzione di ogni differenza tra individui che, pertanto, diventano perfettamente intercambiabili (africano = europeo).
Per fare questo bisognava puntellare quella religione secolare dell’umanità che nella prima declinazione aveva mostrato delle falle e che, quindi, bisognava rendere quanto più inclusiva possibile, dipingendola non a caso con tutti i colori dell’arcobaleno con a supporto dei dogmi altrettanto variopinti: i c.d. diritti umani.
A questo folle progetto si contrappongono due baluardi percepiti come nemici da distruggere ad ogni costo proprio attraverso i dogmi della religione secolare dell’umanità, i diritti umani:
1) baluardo politico: il sistema delle società occidentali, con le loro legislazioni, la loro religione, l’attaccamento alla loro storia, l’idea di nazione, il tessuto sociale, le tradizioni, il popolo che resiste alla sua trasformazione in una non meglio definita umanità;
2) baluardo religioso: la Chiesa cattolica, con i suoi dogmi e principi immutabili.
Vediamo come i diritti umani, concetto di per sé neutro se non addirittura insignificante, sono stati costruiti e impiegati in funzione di questo progetto di salute pubblica di matrice gnostica proprio in quelle società cristiane che hanno visto tali diritti – seguendo l’insegnamento costante dei pontefici – con sospetto se non addirittura con avversione.
In linea di principio il diritto si fonda su valori eterni e trascendenti destinati ad assicurare per lungo termine l’esistenza della società che sostiene.
Prendiamo come paradigma il matrimonio. Nella concezione tradizionale cristiana è il diritto di ogni uomo e di ogni donna di legarsi poiché reciprocamente e liberamente si sono scelti non per appetito istintivo – che è incapace di scelta tendendo a soddisfare il proprio ego – ma per dilezione, concetto che aggiunge al concetto di amore quello della libera e disinteressata scelta. Diritto che è saldamente fondato sulla dignità umana che affonda le proprie radici sulla creazione (Tommaso d’Aquino) e non dipende dal riconoscimento sociale (pensiamo a Genesi o alle bellissime parole di San Paolo). Possiamo quindi dire che il matrimonio è un diritto naturale (per S. Tommaso addirittura un compito naturale) fondato sul rapporto di un uomo + una donna con la trascendenza. Laddove invece – come accade - i diritti vengono formulati e prodotti senza considerare il rapporto con la trascendenza ma unicamente in funzione contingente, immanente, egoistica o autistica – quindi in maniera totalmente atea - si pretende di applicare lo schema a qualsiasi rapporto umano, anche quello tra due persone dello stesso sesso, dove difetta ogni dilezione perché difetta la sua precondizione: l’iscrizione nel grande libro della natura che, piaccia o no, non facit saltus.
Argomentando come sopra, cioè togliendo da una qualsiasi situazione giuridica il rapporto con il trascendente, gli esempi diventano potenzialmente infiniti. Pensiamo al diritto alla vita. La vita umana che cos’è? E’ una realtà trascendente e, quindi, sacra e intangibile, cioè sottratta alla libera disponibilità dell’uomo, oppure è una situazione esistenziale come tante, una esperienza soggettiva lasciata nella libera disponibilità dell’uomo? E’ evidente che se consideriamo la vita come un dono indisponibile aborto e eutanasia sono dei crimini, se la consideriamo una situazione soggettiva sono dei diritti inalienabili. Gli esempi potrebbero continuare applicando il medesimo schema: teoria del gender, immigrazionismo, libertà religiosa ecc., sbandierati dei megafoni del main stream come conquiste sociali, come diritti inalienabili dell’individuo.
Da pochi esempi si può capire come il cancro gnostico tenga ben salda la presa sulla nostra civiltà, svelando il disprezzo per il creato, per tutto ciò che è generazione e vita. E lo fa attraverso una elaborazione tutta particolare dei diritti umani, intesi come delle situazioni soggettive assolutizzate, del tutto sganciate dall’ordine della creazione e dal trascendente, il cui riconoscimento produce l’effetto opposto rispetto a quello che il diritto dovrebbe produrre: non la conservazione della società ma la sua distruzione.
Il perché è intuitivo. Avevamo detto all’inizio che la gnosi disprezza tutto ciò che è natura e tutto ciò che la genera e riproduce. In un’epoca di forte calo demografico, il riconoscimento di presunti diritti umani come matrimonio tra persone dello stesso sesso, aborto, eutanasia, teoria del gender ecc. produrranno nel medio termine una accelerazione del calo demografico, nel lungo termine l’annientamento delle società occidentali e in ultima analisi la distruzione demografica e dell’umanità in generale. Ecco perché, dunque, Stato e Chiesa – istituzioni ontologicamente deputate alla salvaguardia materiale e spirituale degli individui - sono i due baluardi che stanno subendo gli attacchi più feroci: quello politico - gli stati nazionali - attraverso l’immigrazione selvaggia; quello religioso - il cristianesimo cattolico - attraverso il relativismo gnostico, l’ecumenismo e la distruzione della Tradizione della Chiesa e di tutto ciò che rimanda ad essa, con il fine di trasformarlo un una filosofia immanente in salsa gnostica ad uso e consumo di chiunque, una new age 2.0.
Ecco allora il senso del libro, i diritti dell’uomo contro il popolo. I c.d. diritti umani vengono oggi utilizzati per distruggere il tessuto sociale dello Stato da una parte e la Chiesa dall’altra, uniche due istituzioni storicamente deputate alla tutela civile e religiosa dei cittadini e della società, che si oppongono ontologicamente – cioè data la loro stessa natura – al nuovo ordine mondiale di matrice gnostica. Ecco perché i diritti umani in versione gnostica sono contro il popolo, perché mirano a distruggere le tutele ultime delle creature: lo Stato e la Chiesa. Ecco dunque il luogo in cui si manifesta la gnosi nel nostro tempo: nella teoria distorta dei diritti umani.
BIBLIOGRAFIA:
Jean-Louis Harouel, I diritti dell'uomo contro il popolo (ed. Liberilibri, 2016)
Stefano Fontana, Chiesa gnostica e secolarizzazione (ed. Fede & Cultura, 2018)
Umberto Galeazzi, Pervertimento dell'etica (ed. Chorabooks, 2019)
Hilaire Belloc, Le grandi eresie (ed. Fede & Cultura, 2019)
Grado Giovanni Merlo, Eretici ed eresie medievali (ed. Il Mulino, 1989)
Tommaso Scandroglio, La legge naturale (ed. Fede & Cultura, 2007)
Angela Pellicciari, La gnosi al potere (ed. Fede & Cultura, 2014)
domenica 13 dicembre 2020
Samaritanus bonus - Giovani e Tradizione, 5 dicembre 2020
Sono due esempi, tra i tanti, dove la vittoria della vita sulla morte si realizza nella misura in cui la morte viene esorcizzata, aggirata in qualche modo. Se di vittoria dobbiamo proprio parlare dobbiamo avere l’onestà di concludere che si tratta di una vittoria di Pirro perché fondata su una concezione idealistica, quindi romantica, quindi esistenziale della vita, in cui non c’è spazio per la trascendenza, in cui tutto si risolve nel qui e ora. E allora quella domanda antica ma sempre attuale sull’uomo e sul suo destino trova una risposta effimera, che infiamma come paglia il cuore ma che lascia solo cenere. Tutti abbiamo amato Foscolo, Leopardi ma anche - per andare fuori dai nostri confini - Edgar Lee Master e la sua Antologia di Spoon River, in cui la vita sembra quasi riemergere prepotentemente dalle tombe, per poi però ritrovarci tra le mani come un cerino consumato il nostro caro Pirandello che ci riporta con i piedi sulla terra e alla realtà immutata della solita domanda inquietante di cui sopra: qual è il destino dell’uomo e qual è il senso della sua fragilità? E’ davvero quello fatale del vecchierello bianco e infermo del Canto notturno di un pastore errante dell'Asia – simbolo del nichilismo - che “con gravissimo fascio in su le spalle” attraversa affannosamente le vicende della vita “infin che arriva colà dove la via e dove il tanto affaticar fu volto: abisso orrido, immenso, ov’ei precipitando il tutto oblia”? Oppure è altro. E se è altro, che cos’è?
La Samaritanus bonus risponde a questa domanda e lo fa prendendo le mosse dal grande tema della sofferenza che attraversa come una pugnalata la vita dell’uomo e lo fa con un grande merito: quello di chiarire che il rovesciamento del paradigma dell’esistenza umana da finalista a utilitarista non funziona. E non funziona, molto semplicemente, perché è sbagliato in quanto da un lato non dà risposte mentre dall’altra continua a porre domande, tutte senza risposta e, soprattutto, non è in grado di salvare l’uomo dalla rapina del nulla. Qual è la prospettiva utilitarista di cui sopra: unicamente quella di liberare il vecchietto dal “gravissimo fascio in su le spalle” di cui parlavo prima, appianare le strade e far sì che il suo percorso sia pianeggiante, sereno e beato fino a quando è possibile e utile. Quando non lo sarà più per ragioni naturali il vecchietto potrà precipitare serenamente in quell’abisso orrido e immenso e nessuno potrà salvarlo dalla morte che continuerà ad essere senza senso, un nulla spaventoso. Il punto di partenza della Samaritanus bonus è diverso: è la vita intesa come fenomeno trascendente, cioè come un percorso del quale quello esistenziale è solo l’antipasto o, meglio, il banco di prova dell’uomo inteso come unione inestricabile di corpo e anima, nel quale il primo ha un senso grazie alla seconda, che lo informa e lo qualifica. Dopo l’antipasto, sappiamo, che segue il banchetto, quello eterno, quello a cui ogni uomo, cattolico in particolare, deve aspirare. Infatti, il distacco dell’anima dal corpo non è una scissione ontologica ma la rottura temporanea di un legame indissolubile, effetto inevitabile del peccato originale, che il giudizio di Dio ricomporrà nell’ultimo giorno, giudizio inteso come limite non come atto.
Si tratta di un concetto, nonché dogma di fede abbastanza scontato per un cattolico ma evidentemente dimenticato, posto che si è dovuta muovere la Congregazione più importante della Santa Sede per ribadirlo. Infatti, in questa lotta tra due concezioni opposte della vita - il finalismo e l’utilitarismo - la partita decisiva si gioca sul terreno della “gestione” della fase terminale della vita e qui persino la gerarchia ecclesiastica ha mostrato segni di confusione che la Lettera, intende esplicitamente chiarire una volta per tutte. L’immagine iniziale, di grande impatto, è quella di Gesù presentato come il Buon samaritano, medico del corpo e delle anime, funzione quest’ultima tanto più importante se si considera che è proprio nella fase terminale della malattia che un uomo viene sottoposto alla massima tentazione e quindi l’assistenza non può essere circoscritta alla cura del corpo, comunque destinato a rendere l’anima a Dio. Prendersi cura del prossimo sofferente, dunque, vuol dire riconoscere la dignità della vita nel momento in cui la debolezza prova a toglierle non solo la dignità ma persino il senso, ed è proprio in quell’apparente perdita di senso che si manifesta la potenza salvifica della Croce. Così, possiamo dire con San Paolo “quando sono debole è allora che sono forte”, espressione che rappresenta il rigetto di ogni prospettiva utilitarista, il disarmo dell’ego e l’abbandono alla volontà di Dio e alla sua Grazia che da sola ci basta, nonostante il male che sembra dominare ovunque. San Paolo non a caso racconta un episodio autobiografico nella Seconda lettera ai Corinzi, quando oppresso dal male per tre volte pregò Dio di liberarlo, il quale gli rispose “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo”. Qui c’è tutto l’insegnamento della Salvifici doloris di Giovanni Paolo II – della quale consiglio vivamente la lettura e alla quale rimando – circa il mistero della sofferenza come partecipazione al disegno salvifico di Dio all’ombra della Croce, Spes unica, un’ombra gigantesca che molti, forse troppi, si ostinano a far finta di non vedere, come se Cristo fosse venuto sulla terra in villeggiatura. Se manca questo abbraccio alla Croce, se manca la fede nel disegno salvifico di Dio che si esprime anche attraverso la sofferenza, di fronte all’ineluttabilità della malattia, soprattutto se cronica o degenerativa, la paura porta inevitabilmente al desiderio di controllare e gestire la morte, anche anticipandola, con domanda di eutanasia o suicidio assistito. Ma il Cristo sofferente cos’è se non la prova tangibile della solidarietà di Dio con l’uomo ferito dal peccato originale e destinato ad affrontare il dolore? Il dolore, l’angoscia, il senso di abbandono, persino lo scherno, sono esperienze che troviamo nella passione di Cristo e che colpiscono molti malati considerati un peso per la società che ricerca freneticamente alti standard di qualità della vita e che non si cura del male fisico, morale, psicologico e spirituale. Ma di fronte all’uomo che soffre tutti, operatori sanitari, parenti, amici, volontari, sono chiamati a stare sotto la croce del malato, questo è il grande messaggio morale della Lettera. Sotto la croce – che tanto assomiglia a un letto di ospedale - ci sono infatti quelli che sono lì perché hanno timbrato un cartellino, per dovere, ci sono i curiosi, gli indifferenti, c’è chi passa per caso e suo malgrado è costretto ad volgere lo sguardo. Sono sotto la croce ma non stanno sotto la croce. Poi ci sono quelli che stanno ed è proprio per mezzo di quelli che stanno, malgrado tutto, che si manifesta l’amore di Dio. Stare è la manifestazione più alta dell’amore, perché significa unire la propria sofferenza a quella del malato (“Piangete con quelli che sono nel pianto”, Rm 12, 15). Stare non indica una posizione ma un atteggiamento di lotta; infatti tra i vari significati del verbo latino stare c’è proprio questo, la preparazione alla lotta (pensiamo anche statue greche in posizione stante, la posizione che precede l’azione bellica). Questo è l’atteggiamento – indica la Lettera - che bisogna avere nei confronti dei malati, che non è semplicemente un somministrare le cure, ma è qualcosa di più. Stare con il malato significa condividerne l’esperienza, perché la condivisione produce la Speranza e la Speranza rende sopportabile il dolore perché la Speranza è l’amore che resiste alla tentazione della disperazione. È lo sguardo di Maria che stando sotto la croce rese a Cristo il dolore sopportabile (Stabat mater dolorosa iuxta crucem lacrimosa), perché l’amore è più forte di qualsiasi dolore ed è proprio nell’esperienza di sentirsi amati che anche la sofferenza estrema trova il suo senso. Per questo sarebbe il caso, prima di leggere questo documento, approfondire l’insegnamento della Salvifici doloris, che ne costituisce la premessa fondamentale. Sofferenza che - come la ghiandola pineale cartesiana - lega il Creatore alla creatura rendendola non solo partecipe, ma addirittura co-protagonista del disegno salvifico che ha avuto origine – forse molti lo dimenticano – da uno strumento di sofferenza: la croce, le cui ferite non a caso Cristo non ha nascosto nel suo corpo gloriosamente risorto, per ricordarci che la salvezza passa necessariamente dalla croce. Proprio per questo la Lettera ribadisce il suo fermo no ad ogni forma di eutanasia o suicidio assistito, che ripugnano al diritto naturale e sono espressione di una concezione utilitaristica dell’esistenza, geometrica e sicuramente immanente. Si badi bene, la visione utilitaristica della vita di per sé non è negativa ma lo diventa quando costituisce il criterio di discernimento tra una esistenza ammissibile e una da troncare ad ogni costo, proprio perché l’esistenza, la vita, per definizione non può essere spenta prima del finale che Dio ha scelto per ognuno di noi. Ecco perché anche questo documento è un grandioso inno alla vita, difesa fino all’ultimo respiro, concepita correttamente come fenomeno trascendente. Cosa ci lascia il documento? Tante cose. Io, traendo un po’ le conclusioni prima di passare la parola a Valentina che si occuperà dell’insegnamento del Magistero, vorrei sottolineare un aspetto sul quale invito alla riflessione. La Lettera pone una sorta di altolà a forme pericolose di relativismo etico attraverso l’affermazione netta di valori o principi non negoziabili e atemporali, cosa non scontata dopo quello cui abbiamo assistito negli ultimi anni. Nel caso che ci occupa, la difesa della vita attraverso un corretto inquadramento dottrinale e, particolare non secondario, filosofico: una cosa è parlare di trascendenza, altra è parlare di trascendentale con tutte le implicazioni pratiche che ne seguono. Questo viene finalmente detto ai livelli che contano e la cosa non può che farci piacere.
mercoledì 13 maggio 2020
La lezione di Asia
domenica 3 maggio 2020
Le Messe e il popolo
venerdì 19 aprile 2019
Benedetto XVI e la piaga della pedofilia
Personalmente me ne sono fatto una ragione da tempo e dormo sonni tranquilli: abbiamo le Scritture, le opere dei Padri della Chiesa e 2000 anni di Tradizione e di Magistero. Un patrimonio inestimabile, unico. La strada è segnata da 2 millenni, stretta e angusta ma diritta, e su quella chi vuole può camminare tranquillamente senza temere nulla, come Daniele nella fossa dei leoni. Chesterton diceva che il cristianesimo è stato dichiarato morto infinite volte ma alla fine è sempre risorto perché è fondato sulla fede in un Dio che conosce bene la strada per uscire dal sepolcro. Aveva ragione.
martedì 31 luglio 2018
mercoledì 25 luglio 2018
Visione rahneriana del peccato, dai presupposti filosofici alle implicazioni di carattere pratico che da essa derivano.
- Essendo legato alla rivelazione, ovvero all’auto comunicazione di Dio nel mondo, il peccato viene storicizzato, cioè legato unicamente all’hic et nunc, in quanto i segni della rivelazione di Dio si rinnovano eternamente.
- Essendo storicizzato, rileva solo dal punto di vista fenomenico e non ontologico. E’ peccato solo ciò che appare peccato alla mia percezione.
- Essendo legato alla percezione fenomenica, ha una natura esclusivamente esistenziale, cioè legato alle relazioni umane ed è in definitiva una situazione di errore da correggere se vogliamo, Rahner ce lo concede, con la confessione che da sacramento diventa una sorta di riconciliazione con la comunità, un omaggio allo stare insieme, al “vogliamoci bene”, questo perché nella dimensione esistenziale tutte le situazioni sono convertibili non essendoci alcuna morte ontologica da recuperare. Per Rahner, infatti, l’anima non è una sostanza ma un aspetto della soggettività esistenziale dell’individuo e dunque non esiste il peccato mortale che fa morire l’anima perché nell’esistenza tutto è convertibile, recuperabile attraverso quel percorso di discernimento che tanto va di moda.
