domenica 3 maggio 2020

Le Messe e il popolo

“Noi vogliam Dio” è un inno un tempo molto diffuso ed amato, anche perché legato alla devozione mariana e, in particolare, alle apparizioni di Lourdes. E’ un canto popolare e appassionato che esprime il desiderio di Dio insieme a quello di una cristianizzazione dell’intera società che, in ogni tempo e ad intervalli più o meno regolari, ha sempre avuto la tentazione mondana di escludere il Creatore dal proprio orizzonte.
Il testo dell’inno può apparire superato a chi è ormai abituato alle sottigliezze e alle sfumature di certo linguaggio corrente, ma non a chi crede ancora nel parlare chiaro, nel sì sì no no, anche alla luce delle vicende legate all’epidemia in atto e ai conseguenti disagi che i fedeli continuano a sopportare.
In questo tempo e in un contesto sociale fortemente secolarizzato, la dolorosa privazione del Santo Sacrificio dell’altare e dei sacramenti ha reso quanto mai concreto e attuale nei fedeli il sentimento della “mancanza” di Dio, quel Dio che sicuramente ognuno può pregare da casa o nel  segreto della propria stanza (Mt 6,6), ma che si incontra e riceve “realmente” in Corpo, Sangue, Anima e Divinità solo nel Sacramento dell’Eucaristia, nello specifico luogo in cui due o più sono riuniti nel nome di Cristo, cioè – ordinariamente - in chiesa (Mt 18,20).
Questo è ciò in cui noi cattolici crediamo, e i principi sui quali la nostra fede si fonda sono gli stessi da 2000 anni. Non mutano, né sono negoziabili. Stat crux dum volvitur orbis.
L’Eucaristia non è una rivendicazione sindacale o il capriccio del bigotto di turno, né il mero oggetto di una cerimonia o di una rappresentazione sacra.
Per chi ha il dono della fede nel Dio Uno e Trino l’Eucaristia è il pane di vita, è il nutrimento dell’anima. E’ Cristo.
Può forse l’uomo sopravvivere senza nutrirsi? Ovviamente no.
E difatti in questa emergenza sanitaria, rispettando diligentemente i protocolli di sicurezza, tutti hanno avuto la sacrosanta possibilità di fare la spesa, ma anche di andare in farmacia, alla posta o al tabacchino e, tra qualche giorno, persino al museo o in biblioteca.
Ora, passata -  a quanto pare – la fase critica dell’epidemia nessuna persona di normale buon senso si sarebbe aspettato, né avrebbe avallato, una riapertura indiscriminata delle chiese e un accesso senza regole alle Sante Messe. Sarebbe stata una follia.
Ma il rinvio di fatto sine die delle celebrazioni liturgiche con il popolo appare non meno dissennato perché presuppone – a non voler pensare male – l’idea della chiesa non come luogo a rischio contagio ma come luogo di contagio. Ciò è con ogni evidenza falso e bene ha fatto la Conferenza Episcopale Italiana a far sentire la propria voce in modo risoluto. Ma oltre che falso appare discriminatorio, perché con la stessa logica tante altre attività avrebbero dovuto essere parimenti vietate e invece – giustamente – con le dovute e necessarie cautele (facilmente applicabili alle celebrazioni liturgiche) possono operare senza alcun rischio per la salute pubblica.
Non stiamo qui a fare esempi o inutili polemiche, quelli di cui sopra sono più che sufficienti per chi ha occhi per vedere e orecchie per intendere.
Confidando nell’azione dei nostri Vescovi e nell’aiuto della Divina Provvidenza auspichiamo una rapida, ragionevole e positiva soluzione della vicenda, anche alla luce del chiaro dettato della Costituzione e del Concordato in atto tra lo Stato e la Chiesa Cattolica.
Come cristiani diamo volentieri a Cesare quel che è di Cesare, ma nessuno osi negare a Dio quello che Gli appartiene (Mt 22,21).



Nessun commento: