Sono due esempi, tra i tanti, dove la vittoria della vita sulla morte si realizza nella misura in cui la morte viene esorcizzata, aggirata in qualche modo. Se di vittoria dobbiamo proprio parlare dobbiamo avere l’onestà di concludere che si tratta di una vittoria di Pirro perché fondata su una concezione idealistica, quindi romantica, quindi esistenziale della vita, in cui non c’è spazio per la trascendenza, in cui tutto si risolve nel qui e ora. E allora quella domanda antica ma sempre attuale sull’uomo e sul suo destino trova una risposta effimera, che infiamma come paglia il cuore ma che lascia solo cenere. Tutti abbiamo amato Foscolo, Leopardi ma anche - per andare fuori dai nostri confini - Edgar Lee Master e la sua Antologia di Spoon River, in cui la vita sembra quasi riemergere prepotentemente dalle tombe, per poi però ritrovarci tra le mani come un cerino consumato il nostro caro Pirandello che ci riporta con i piedi sulla terra e alla realtà immutata della solita domanda inquietante di cui sopra: qual è il destino dell’uomo e qual è il senso della sua fragilità? E’ davvero quello fatale del vecchierello bianco e infermo del Canto notturno di un pastore errante dell'Asia – simbolo del nichilismo - che “con gravissimo fascio in su le spalle” attraversa affannosamente le vicende della vita “infin che arriva colà dove la via e dove il tanto affaticar fu volto: abisso orrido, immenso, ov’ei precipitando il tutto oblia”? Oppure è altro. E se è altro, che cos’è?
La Samaritanus bonus risponde a questa domanda e lo fa prendendo le mosse dal grande tema della sofferenza che attraversa come una pugnalata la vita dell’uomo e lo fa con un grande merito: quello di chiarire che il rovesciamento del paradigma dell’esistenza umana da finalista a utilitarista non funziona. E non funziona, molto semplicemente, perché è sbagliato in quanto da un lato non dà risposte mentre dall’altra continua a porre domande, tutte senza risposta e, soprattutto, non è in grado di salvare l’uomo dalla rapina del nulla. Qual è la prospettiva utilitarista di cui sopra: unicamente quella di liberare il vecchietto dal “gravissimo fascio in su le spalle” di cui parlavo prima, appianare le strade e far sì che il suo percorso sia pianeggiante, sereno e beato fino a quando è possibile e utile. Quando non lo sarà più per ragioni naturali il vecchietto potrà precipitare serenamente in quell’abisso orrido e immenso e nessuno potrà salvarlo dalla morte che continuerà ad essere senza senso, un nulla spaventoso. Il punto di partenza della Samaritanus bonus è diverso: è la vita intesa come fenomeno trascendente, cioè come un percorso del quale quello esistenziale è solo l’antipasto o, meglio, il banco di prova dell’uomo inteso come unione inestricabile di corpo e anima, nel quale il primo ha un senso grazie alla seconda, che lo informa e lo qualifica. Dopo l’antipasto, sappiamo, che segue il banchetto, quello eterno, quello a cui ogni uomo, cattolico in particolare, deve aspirare. Infatti, il distacco dell’anima dal corpo non è una scissione ontologica ma la rottura temporanea di un legame indissolubile, effetto inevitabile del peccato originale, che il giudizio di Dio ricomporrà nell’ultimo giorno, giudizio inteso come limite non come atto.
Si tratta di un concetto, nonché dogma di fede abbastanza scontato per un cattolico ma evidentemente dimenticato, posto che si è dovuta muovere la Congregazione più importante della Santa Sede per ribadirlo. Infatti, in questa lotta tra due concezioni opposte della vita - il finalismo e l’utilitarismo - la partita decisiva si gioca sul terreno della “gestione” della fase terminale della vita e qui persino la gerarchia ecclesiastica ha mostrato segni di confusione che la Lettera, intende esplicitamente chiarire una volta per tutte. L’immagine iniziale, di grande impatto, è quella di Gesù presentato come il Buon samaritano, medico del corpo e delle anime, funzione quest’ultima tanto più importante se si considera che è proprio nella fase terminale della malattia che un uomo viene sottoposto alla massima tentazione e quindi l’assistenza non può essere circoscritta alla cura del corpo, comunque destinato a rendere l’anima a Dio. Prendersi cura del prossimo sofferente, dunque, vuol dire riconoscere la dignità della vita nel momento in cui la debolezza prova a toglierle non solo la dignità ma persino il senso, ed è proprio in quell’apparente perdita di senso che si manifesta la potenza salvifica della Croce. Così, possiamo dire con San Paolo “quando sono debole è allora che sono forte”, espressione che rappresenta il rigetto di ogni prospettiva utilitarista, il disarmo dell’ego e l’abbandono alla volontà di Dio e alla sua Grazia che da sola ci basta, nonostante il male che sembra dominare ovunque. San Paolo non a caso racconta un episodio autobiografico nella Seconda lettera ai Corinzi, quando oppresso dal male per tre volte pregò Dio di liberarlo, il quale gli rispose “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo”. Qui c’è tutto l’insegnamento della Salvifici doloris di Giovanni Paolo II – della quale consiglio vivamente la lettura e alla quale rimando – circa il mistero della sofferenza come partecipazione al disegno salvifico di Dio all’ombra della Croce, Spes unica, un’ombra gigantesca che molti, forse troppi, si ostinano a far finta di non vedere, come se Cristo fosse venuto sulla terra in villeggiatura. Se manca questo abbraccio alla Croce, se manca la fede nel disegno salvifico di Dio che si esprime anche attraverso la sofferenza, di fronte all’ineluttabilità della malattia, soprattutto se cronica o degenerativa, la paura porta inevitabilmente al desiderio di controllare e gestire la morte, anche anticipandola, con domanda di eutanasia o suicidio assistito. Ma il Cristo sofferente cos’è se non la prova tangibile della solidarietà di Dio con l’uomo ferito dal peccato originale e destinato ad affrontare il dolore? Il dolore, l’angoscia, il senso di abbandono, persino lo scherno, sono esperienze che troviamo nella passione di Cristo e che colpiscono molti malati considerati un peso per la società che ricerca freneticamente alti standard di qualità della vita e che non si cura del male fisico, morale, psicologico e spirituale. Ma di fronte all’uomo che soffre tutti, operatori sanitari, parenti, amici, volontari, sono chiamati a stare sotto la croce del malato, questo è il grande messaggio morale della Lettera. Sotto la croce – che tanto assomiglia a un letto di ospedale - ci sono infatti quelli che sono lì perché hanno timbrato un cartellino, per dovere, ci sono i curiosi, gli indifferenti, c’è chi passa per caso e suo malgrado è costretto ad volgere lo sguardo. Sono sotto la croce ma non stanno sotto la croce. Poi ci sono quelli che stanno ed è proprio per mezzo di quelli che stanno, malgrado tutto, che si manifesta l’amore di Dio. Stare è la manifestazione più alta dell’amore, perché significa unire la propria sofferenza a quella del malato (“Piangete con quelli che sono nel pianto”, Rm 12, 15). Stare non indica una posizione ma un atteggiamento di lotta; infatti tra i vari significati del verbo latino stare c’è proprio questo, la preparazione alla lotta (pensiamo anche statue greche in posizione stante, la posizione che precede l’azione bellica). Questo è l’atteggiamento – indica la Lettera - che bisogna avere nei confronti dei malati, che non è semplicemente un somministrare le cure, ma è qualcosa di più. Stare con il malato significa condividerne l’esperienza, perché la condivisione produce la Speranza e la Speranza rende sopportabile il dolore perché la Speranza è l’amore che resiste alla tentazione della disperazione. È lo sguardo di Maria che stando sotto la croce rese a Cristo il dolore sopportabile (Stabat mater dolorosa iuxta crucem lacrimosa), perché l’amore è più forte di qualsiasi dolore ed è proprio nell’esperienza di sentirsi amati che anche la sofferenza estrema trova il suo senso. Per questo sarebbe il caso, prima di leggere questo documento, approfondire l’insegnamento della Salvifici doloris, che ne costituisce la premessa fondamentale. Sofferenza che - come la ghiandola pineale cartesiana - lega il Creatore alla creatura rendendola non solo partecipe, ma addirittura co-protagonista del disegno salvifico che ha avuto origine – forse molti lo dimenticano – da uno strumento di sofferenza: la croce, le cui ferite non a caso Cristo non ha nascosto nel suo corpo gloriosamente risorto, per ricordarci che la salvezza passa necessariamente dalla croce. Proprio per questo la Lettera ribadisce il suo fermo no ad ogni forma di eutanasia o suicidio assistito, che ripugnano al diritto naturale e sono espressione di una concezione utilitaristica dell’esistenza, geometrica e sicuramente immanente. Si badi bene, la visione utilitaristica della vita di per sé non è negativa ma lo diventa quando costituisce il criterio di discernimento tra una esistenza ammissibile e una da troncare ad ogni costo, proprio perché l’esistenza, la vita, per definizione non può essere spenta prima del finale che Dio ha scelto per ognuno di noi. Ecco perché anche questo documento è un grandioso inno alla vita, difesa fino all’ultimo respiro, concepita correttamente come fenomeno trascendente. Cosa ci lascia il documento? Tante cose. Io, traendo un po’ le conclusioni prima di passare la parola a Valentina che si occuperà dell’insegnamento del Magistero, vorrei sottolineare un aspetto sul quale invito alla riflessione. La Lettera pone una sorta di altolà a forme pericolose di relativismo etico attraverso l’affermazione netta di valori o principi non negoziabili e atemporali, cosa non scontata dopo quello cui abbiamo assistito negli ultimi anni. Nel caso che ci occupa, la difesa della vita attraverso un corretto inquadramento dottrinale e, particolare non secondario, filosofico: una cosa è parlare di trascendenza, altra è parlare di trascendentale con tutte le implicazioni pratiche che ne seguono. Questo viene finalmente detto ai livelli che contano e la cosa non può che farci piacere.
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