mercoledì 13 maggio 2020

La lezione di Asia

Da un paio di giorni – seguendo dibattiti appassionati in rete - mi frulla in mente la famosa storiella dei due giovani pesci che incontrano un pesce più vecchio che nuota in senso contrario, il quale fa loro un cenno dicendo: “Salve ragazzi, com’è l’acqua?”. I due giovani pesci non rispondono, continuano a nuotare per un po’ e alla fine uno di loro guarda l’altro e fa: “Che diavolo è l’acqua?”.
Ora, non conoscere l’acqua nella quale si nuota comporta in generale delle conseguenze prevedibili, tipo cacciarsi in situazioni poco piacevoli. Questo vale per chi nuota in uno stagno ma anche per chi si avventura nel mare magno della rete.
Voi come definireste l’acqua in cui nuotiamo oggi? Non vi viene in mente niente? Ci provo io: è un miscuglio di relativismo, neo umanesimo, storicismo e nominalismo. Un percolato ideologico che genera quel mostro chiamato nichilismo: un unico pensiero, un’unica religione, un’unica filosofia, un unico popolo, un unico mercato, un’unica moneta, un’unica lingua, un’unica morale, un’unica legislazione.
E’ il vecchio sogno gnostico che periodicamente presenta il conto alle civiltà decadenti: un’immensa menzogna che nella sua edizione attuale, come un cancro della peggiore specie, ha ormai sparso le sue metastasi ovunque: dagli asili alle università, dalle televisioni ai giornali, dalla pubblicità al cinema, alle istituzioni, etc.. Un incubo che ormai è una realtà alla quale nemmeno i baluardi della nostra civiltà sanno resistere: gli stati nazionali, la Chiesa (cattolica e ortodossa) e la famiglia.
E’ questa l’acqua in cui nuotiamo, cari amici.
Ma come siamo giunti a questo punto? E’ una storia troppo lunga.
Quello che dobbiamo chiederci è cosa possiamo fare? Battaglie contro i mulini a vento su Facebook o Twitter? Lasciate perdere, date retta a me. Non ci credete? Volete provare? Va bene, provate. Provate a sostenere una opinione critica nei confronti dell’immigrazionismo umanitario senza alcuna regola o una lettura storica alternativa; provate a vivere la vostra fede cristiana difendendone l’unicità e praticando l’evangelizzazione; provate in certi contesti ad affermare la supremazia della filosofia greca rispetto a quella idealista; provate a rivendicare al confine e al territorio la patente di baluardo della civiltà; provate a difendere la libertà di un popolo di darsi regole economiche e finanziarie a tutela dei propri interessi; provate a sostenere che esiste una sola morale derivante dall’ordine naturale, finalizzata alla salvezza della propria anima e non alla soddisfazione dei più bassi istinti; provate a proporre il ritorno al primato della legislazione nazionale rispetto a quella europea. Provateci. Cinque minuti dopo diventerete razzisti, nazisti, reazionari, clericali, fondamentalisti, retrogradi, ignoranti, provinciali, bigotti, fascisti di merda, nostalgici etc.. E se non ve lo diranno, questo penseranno di voi, dormite tranquilli.
Cosa fare allora? Rassegnarsi alla barbarie nichilista che tutto infesta? Ovviamente no. Ma questo, cari amici, è il tempo di essere “docili come colombe e astuti come serpenti”. Non è il tempo di sguainare spade per dimostrare che le foglie sono verdi d’estate o attizzare fuochi per convincere la gente che due più due fa quattro, come scriveva Chesterton.
Una cosa dobbiamo fare, solo una, ed è una cosa relativamente semplice: non essere complici. Possiamo farlo seguendo la lezione del grande Aleksandr Solzenicyn che così scriveva: “Anche se la menzogna ricopre ogni cosa, anche se domina dappertutto, su un punto siamo inflessibili: che non domini per opera mia. La nostra via è: non sostenere in nessun caso consapevolmente la menzogna”.
Scoprire il grande imbroglio può essere il primo atto della nostra Resistenza, il primo piccolissimo passo verso la Liberazione, quella vera ovviamente. Facciamolo traendo coraggio dai grandi esempi di libertà che abbiamo sotto gli occhi ma che le grancasse del pensiero unico ostinatamente ci nascondono.
Uno solo di questi esempi voglio proporvi, in giorni in cui insulse pagine bianche riempite di nulla vengono proposte dai soliti chierici del mondialismo nichilista come le novelle eroine del nostro tempo. Il suo nome è Asia Bibi, una donna pakistana condannata a morte per aver difeso con tutta sé stessa la propria fede cristiana in un paese musulmano, rifiutandosi di pronunciare l’abiura che le avrebbe garantito la salvezza. Per nove lunghissimi anni si è aggrappata all’unica cosa che le era rimasta, la propria fede, e l’ha difesa a costo della propria vita.
In questi giorni di infinite e stucchevoli polemiche, di risse virtuali da saloon e chiacchere da bar, di condanne senza appello all’ignominia per chi osa andare contro la corrente, trovate un momento per riflettere sulla vicenda umana di Asia Bibi e sulle vie impensabili che la Verità trova per trionfare.
Scoprirete che la sua è una bella storia ma, soprattutto, che la libertà ha un prezzo che ognuno di noi deve essere disposto a pagare prima o poi. E allora, forse, darete un senso agli insulti che ricevete per la vostra piccola testimonianza resa alla Verità e, chissà, imparerete a guardare con un po’ di indulgenza persino chi non perde occasione per denigrarvi pubblicamente.

domenica 3 maggio 2020

Le Messe e il popolo

“Noi vogliam Dio” è un inno un tempo molto diffuso ed amato, anche perché legato alla devozione mariana e, in particolare, alle apparizioni di Lourdes. E’ un canto popolare e appassionato che esprime il desiderio di Dio insieme a quello di una cristianizzazione dell’intera società che, in ogni tempo e ad intervalli più o meno regolari, ha sempre avuto la tentazione mondana di escludere il Creatore dal proprio orizzonte.
Il testo dell’inno può apparire superato a chi è ormai abituato alle sottigliezze e alle sfumature di certo linguaggio corrente, ma non a chi crede ancora nel parlare chiaro, nel sì sì no no, anche alla luce delle vicende legate all’epidemia in atto e ai conseguenti disagi che i fedeli continuano a sopportare.
In questo tempo e in un contesto sociale fortemente secolarizzato, la dolorosa privazione del Santo Sacrificio dell’altare e dei sacramenti ha reso quanto mai concreto e attuale nei fedeli il sentimento della “mancanza” di Dio, quel Dio che sicuramente ognuno può pregare da casa o nel  segreto della propria stanza (Mt 6,6), ma che si incontra e riceve “realmente” in Corpo, Sangue, Anima e Divinità solo nel Sacramento dell’Eucaristia, nello specifico luogo in cui due o più sono riuniti nel nome di Cristo, cioè – ordinariamente - in chiesa (Mt 18,20).
Questo è ciò in cui noi cattolici crediamo, e i principi sui quali la nostra fede si fonda sono gli stessi da 2000 anni. Non mutano, né sono negoziabili. Stat crux dum volvitur orbis.
L’Eucaristia non è una rivendicazione sindacale o il capriccio del bigotto di turno, né il mero oggetto di una cerimonia o di una rappresentazione sacra.
Per chi ha il dono della fede nel Dio Uno e Trino l’Eucaristia è il pane di vita, è il nutrimento dell’anima. E’ Cristo.
Può forse l’uomo sopravvivere senza nutrirsi? Ovviamente no.
E difatti in questa emergenza sanitaria, rispettando diligentemente i protocolli di sicurezza, tutti hanno avuto la sacrosanta possibilità di fare la spesa, ma anche di andare in farmacia, alla posta o al tabacchino e, tra qualche giorno, persino al museo o in biblioteca.
Ora, passata -  a quanto pare – la fase critica dell’epidemia nessuna persona di normale buon senso si sarebbe aspettato, né avrebbe avallato, una riapertura indiscriminata delle chiese e un accesso senza regole alle Sante Messe. Sarebbe stata una follia.
Ma il rinvio di fatto sine die delle celebrazioni liturgiche con il popolo appare non meno dissennato perché presuppone – a non voler pensare male – l’idea della chiesa non come luogo a rischio contagio ma come luogo di contagio. Ciò è con ogni evidenza falso e bene ha fatto la Conferenza Episcopale Italiana a far sentire la propria voce in modo risoluto. Ma oltre che falso appare discriminatorio, perché con la stessa logica tante altre attività avrebbero dovuto essere parimenti vietate e invece – giustamente – con le dovute e necessarie cautele (facilmente applicabili alle celebrazioni liturgiche) possono operare senza alcun rischio per la salute pubblica.
Non stiamo qui a fare esempi o inutili polemiche, quelli di cui sopra sono più che sufficienti per chi ha occhi per vedere e orecchie per intendere.
Confidando nell’azione dei nostri Vescovi e nell’aiuto della Divina Provvidenza auspichiamo una rapida, ragionevole e positiva soluzione della vicenda, anche alla luce del chiaro dettato della Costituzione e del Concordato in atto tra lo Stato e la Chiesa Cattolica.
Come cristiani diamo volentieri a Cesare quel che è di Cesare, ma nessuno osi negare a Dio quello che Gli appartiene (Mt 22,21).