martedì 31 luglio 2018
mercoledì 25 luglio 2018
Visione rahneriana del peccato, dai presupposti filosofici alle implicazioni di carattere pratico che da essa derivano.
Ho partecipato ad un seminario dal titolo "La Chiesa è cambiata". Ecco il mio intervento.
Il tema del peccato tocca intimamente ognuno di noi, posto che la vita dell’uomo è una battaglia continua contro il peccato. Mi sembrava un argomento di carattere pratico e, dunque, interessante, anche in considerazione dell’incidenza che su di esso ha avuto il pensiero di Karl Rahner.
Il mio contributo stasera sarà quello di un semplice appartenente al popolo di Dio sparso sulla terra che si riconosce nei principi eterni della Chiesa cattolica e si sforza di seguirne i precetti, e che nel corso degli anni ha visto sempre più sacerdoti e pastori, dalle periferie alle alte sfere, assumere delle posizioni dottrinali e pastorali che sembrano in contrasto con la sacra scrittura e la tradizione.
Come molti mi sono chiesto da dove derivasse questo processo di inesorabile arresa alle istanze più discutibili della modernità che ha condotto la Chiesa a degradare da luce del mondo a mera comparsa nel grande palcoscenico della storia.
Poi mi è capitato questo libretto di Stefano Fontana tra le mani, “La nuova Chiesa di Karl Rahner”, sulla scorta del quale oggi condivido con voi queste riflessioni.
Fontana ha avuto il merito di scrivere sulla sua teologia un saggio non accademico, agile, essenziale e alla portata di tutti, ed è uno strumento molto utile per opporsi a delle vere e proprie eresie che ormai vanno per la maggiore.
Fontana individua la genesi di un fenomeno che è sotto gli occhi di tutti. La sua opera è paragonabile ad un impietoso referto medico, che individua la causa del male pur senza prescrivere alcuna ricetta. A questo ci ha pensato Rod Dreher, con il suo Opzione Benedetto, che ha avuto uno straordinario successo negli Stati Uniti e del quale credo parleremo nell’incontro di settembre.
Fontana non prescrive ricette perché è sicuro del fatto che la verità della fede verrà ristabilita; secondo lui - a ragione - la Chiesa possiede dei meccanismi di auto correzione degli errori che ad un certo punto si attivano come dei veri e propri anticorpi ricollocandola sui binari della verità.
Egli sembra puntare il dito con la c.d seconda modernità che si è insinuata come un cavallo di Troia all’interno della Chiesa di Cristo per attaccarla dall’interno. Denuncia questo immanentismo antropocentrico che come un fiume carsico ha minato le fondamenta di una struttura che sembrava eterna e incrollabile. Karl Rahner stava dentro il cavallo anzi era Ulisse. Questo per dire che non è stato l’unico teologo che ha inciso dal di dentro in maniera così profonda sulla dottrina della Chiesa ma che di tale processo è stato il principale protagonista.
Rahner in sostanza non ha provato a demolire la Chiesa dall’esterno per la semplice ragione che la Chiesa non può essere distrutta dall’esterno. La storia insegna che da quando è stata fondata è stata sottoposta e lo è tuttora ad ogni genere di persecuzione ma dal sangue dei martiri essa ha tratto sempre nuova linfa.
Ma anche a livello teologico e prima ancora filosofico vale lo stesso discorso. Pensiamo a quante eresia la Chiesa ha dovuto combattere e sconfiggere.
Ma come ha fatto Rahner a portare a compimento la sua opera? La teologia - dice Fontana - non è una scienza umana dotata di un linguaggio autonomo ma ha bisogno di un codice ad essa esterno per essere spiegata, come la fisica ha bisogno della matematica. Questo codice è la filosofia, e come un buon linguaggio produce un buon discorso, una buona filosofia produce una buona teologia.
Qual’è il codice, la filosofia che tradizionalmente è stata assunta dalla teologia cattolica come linguaggio? E’ la filosofia greca, è Platone con la sua trascendenza ed è Aristotele con la sua immanenza.
Trascendenza e immanenza, concetti apparentemente inconciliabili - rappresentati figurativamente al centro del meraviglioso affresco di Raffaello Sanzio, La scuola di Atene - mirabilmente fusi da San Tommaso d’Aquino, la cui opera ha condotto il cristianesimo al perfetto equilibrio tra immanenza e trascendenza, tra fede e ragione, tra rivelazione e logos.
Rahner probabilmente si rendeva conto che sarebbe stato impossibile contrastare la teologia S. Tommaso sul terreno in cui essa è radicata. Consapevole di ciò, ha aggirato l’ostacolo usando un meccanismo tanto audace quanto semplice per minare dall’interno la Chiesa: ha cambiato i codici - cioè la filosofia - con i quali interpretare la teologia, assumendo un approccio, cioè una filosofia, fenomenista di stampo hegeliano, kantiano e quindi heideggeriano.
Ha cambiato cioè il terreno di scontro e in quel terreno, liberatosi di S. Tommaso, ha avuto gioco facile.
Uno dei temi su cui la teologia di Rahner ha maggiormente inciso è quello del peccato, un tema che tocca ognuno di noi, impegnati quotidianamente nel mondo in una lotta continua con esso.
Per la teologia tradizionale, che considera l’anima in senso ontologico come una sostanza, nessun discorso sul peccato può essere sganciato da un discorso sull’anima, come luogo metafisico sul quale il peccato esplica i suoi effetti.
In questa prospettiva il peccato è legato in maniera inestricabile alla rivelazione e al diritto naturale, che della prima costituisce il fondamento razionale sul quale la seconda si innesta senza immedesimarsi. Fede e ragione delineano i confini del lecito ontologico, oltre i quali vi è una inevitabile condizione di peccato.
Agganciare il peccato al diritto naturale come fondamento della rivelazione, diritto naturale che i romani - nostri padri nel diritto - individuavano in quod natura omnia animalia docuit, significa fare il modo che una condizione di disordine, cioè di rottura dell’ordine naturale, venga immediatamente avvertita dall’uomo. Zero alibi dunque.
Ed è proprio questa assenza di alibi sentiamo tutto il peso quando nella messa cui abbiamo il privilegio di assistere recitiamo per 3 volte l’invocazione Domine non sum dignus ut intres sub tectum meum, sed tanto dic verbo et sanabitur anima mea.
Legare il peccato ad una dimensione trascendentale e naturale insieme significa definirlo ontologicamente: peccato come morte dell’anima in quanto sostanza, come un male che può essere vinto solo da una forza divina contraria, dal sacrificio di Cristo che in quanto Dio poteva sconfiggere il peccato e continua a farlo innanzi tutto mediante il santo sacrificio della messa, che non è evidentemente la rievocazione di una cena.
In questa prospettiva la Chiesa di Cristo è portatrice di un messaggio che il mondo da solo non può darsi e la dottrina sociale è lo strumento attraverso il quale la Chiesa lo diffonde; un messaggio di salvezza derivante dalla rivelazione e che si insinua in una base naturale che riflette l’ordine voluto da Dio che non può essere negato e che precede qualsiasi pastorale per orientarla. Un messaggio di salvezza e i mezzi per ottenerla, cioè i sacramenti.
Questo è quello in cui credevano gli Apostoli, questo è quello in cui crediamo.
Per Rahner, al contrario, il binomio fede (rivelazione) e ragione non ha motivo di esistere, secondo una concezione di stampo protestante, in quanto la grazia si identifica con la natura e il peccato, quindi, va rapportato solo alla rivelazione, la quale, tuttavia, è intesa in maniera del tutto differente rispetto alla tradizione della Chiesa, secondo la quale essa non precede il mondo ma si cala sul mondo per costituirne l’orizzonte al quale tendere.
Per chiarire il suo pensiero Rahner fa ricorso ad una immagine abbastanza bizzarra ma di una certa efficacia: il buco della serratura.
Secondo Rahner Dio si auto comunica all’uomo, a tutti gli uomini indifferentemente, ed è il nostro a priori esistenziale (Kant), l’orizzonte che ci precede e che da senso a tutte le nostre domande e conoscenze ma non può essere a sua volta conosciuto.
Per spiegare questo Rahner usa l’immagine del buco della serratura: possiamo vedere ciò che c’è al di là del buco ma quello che c’è dietro di noi nella stanza buia, Dio, non possiamo vederlo né conoscerlo se non nella misura in cui egli si rivela in noi stessi e poi nella realtà che sta oltre il buco (trascendentale moderno: mix di gnosi e panteismo). E siccome la realtà è mutevole, la storia si evolve e Dio si rivela nella storia, dentro la storia, anche Dio, i principi che dalla sua rivelazione derivano e i relativi precetti si evolvono nel tempo (Hegel).
Dio viene storicizzato.
Ora se Dio è questo orizzonte che ci precede e che noi possiamo solo intuire ma non conoscere, se tutto deriva da Dio eterno e mutevole, i segni della rivelazione si trovano in tutta la realtà eternamente mutevole, in noi stessi e nel mondo, sta a noi saperlo cogliere.
E’ chiaro che se le cose stanno così il rapporto tra Chiesa e mondo cambia prospettiva. La Chiesa non ha nessun messaggio di salvezza esterno da portare al mondo in quanto il messaggio di salvezza l’uomo lo porta dentro di sé; non è né più né meno di ogni altra umana istituzione in cui Dio si manifesta, non può giudicare né le situazioni né le persone ma deve convertirsi al mondo in quanto teatro della opera di Dio, deve essere Chiesa in uscita, deve aprirsi al mondo, alle culture diverse, ai modi di pensare, deve accompagnare, anche se non è ben chiaro dove, deve formare coscienze. Questa è la Chiesa di Rahner. Una ONG.
Il mondo da campo evangelico dove Dio getta le sue sementi diventa il palcoscenico della fenomenologia di Dio in cui in ogni situazione può intravedersi la sua grazia che, quindi, si identifica con la natura.
Se le cose stanno così è evidente che il peccato viene confinato in situazioni esistenziali limitate:
- Essendo legato alla rivelazione, ovvero all’auto comunicazione di Dio nel mondo, il peccato viene storicizzato, cioè legato unicamente all’hic et nunc, in quanto i segni della rivelazione di Dio si rinnovano eternamente.
- Essendo storicizzato, rileva solo dal punto di vista fenomenico e non ontologico. E’ peccato solo ciò che appare peccato alla mia percezione.
- Essendo legato alla percezione fenomenica, ha una natura esclusivamente esistenziale, cioè legato alle relazioni umane ed è in definitiva una situazione di errore da correggere se vogliamo, Rahner ce lo concede, con la confessione che da sacramento diventa una sorta di riconciliazione con la comunità, un omaggio allo stare insieme, al “vogliamoci bene”, questo perché nella dimensione esistenziale tutte le situazioni sono convertibili non essendoci alcuna morte ontologica da recuperare. Per Rahner, infatti, l’anima non è una sostanza ma un aspetto della soggettività esistenziale dell’individuo e dunque non esiste il peccato mortale che fa morire l’anima perché nell’esistenza tutto è convertibile, recuperabile attraverso quel percorso di discernimento che tanto va di moda.
In questa prospettiva è evidente come ciò che manca è il parametro di riferimento oggettivo (ben saldo in San Tommaso) essendo tutto demandato in ultima analisi alla coscienza individuale, anch’essa intesa in senso storico - esistenziale, quindi mutevole. Ma soprattutto manca qualsiasi riferimento all’anima.
A questa deregulation esistenziale non sfugge il peccato originale per il quale Rahner utilizza una delle sue metafore paradossali: la buccia di banana.
Rahner nega sostanzialmente il peccato originale, considerandolo un mito che va spiegato secondo parametri esistenziali come un male storicamente sedimentato ma che non influenza la realtà perché si è già esaurito nella storia appunto, come lo sfruttamento - che so - dei bambini africani in occasione della raccolta delle banane, che non portano con sé gli effetti di quello sfruttamento ma lo rievocano.
Applicando quindi alla teologia una filosofia fenomenista heideggeriana le conseguenze pratiche ai fini del tema specifico che stiamo trattando - il peccato - sono enormi.
Pensiamo all'eutanasia. Da un punto di vista esclusivamente fenomenico, il malato terminale non può nemmeno considerarsi vivo, quindi staccare la spina è quasi un atto di pietà. Se non ho in mente il significato ontologico della vita umana, della sua sacralità dal concepimento alla morte, è evidente che un peccato mortale può benissimo essere scambiato per atto di misericordia.
La teologia di Rahner è probabilmente influenzata dalle vicende personali del teologo, che pare non fosse un modello di castità pur essendo un gesuita. Ma questo aspetto non ci interessa.
Di sicuro indubbiamente è una teologia che si allinea perfettamente alle esigenze del mondo, quindi attira e affascina. Affascina perché rappresenta una porta larga e una via comoda per affrontare il spaziosa in questa vita. Cosa potrebbe chiedere di meglio l’uomo del 2000, abituato alle comodità che la modernità offre?
Ma questa teologia che ha influenzato quello che la Chiesa ci propone a credere e quello in cui essa stessa sempre credere, è lo stesso in cui credevano gli apostoli, che sono morti per testimoniare la verità? Evidentemente no.
Grazie a Dio non basta un trucco speculativo, seppur geniale, per demolire la Chiesa di Cristo. Quella di Rahner è un’impostazione sbagliata e per capirlo basta tornare alle scritture perché, come sta scritto, “passeranno i cieli e passerà la terra, la sua parola non passerà”.
Chi abbraccia Cristo, infatti, non abbraccia le comodità del mondo ma la sua croce.
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